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“Vini trentini, serve più qualità”

l’Adige 01/06/2017

L’Almanacco agrario dell’Impero Austro-Ungarico del 1902 diceva che “per porre adunque un argine ai dannosi effetti della crisi, e per mettersi in grado di superarla vittoriosamente, bisogna con sforzi uniti fare del vino buono per ristabilirne il credito, non sacrificando, come finora si è fatto per smodata avidità di lucro, la qualità alla quantità”. 

A dispetto dei 115 anni trascorsi, le parole dell’Almanacco rimangono ancora oggi di grande attualità. Negli anni il rapporto tra quantità e qualità è diventato una questione nodale e divisiva nell’ambito delle strategie vitivinicole del Trentino. E’ infatti sul confronto tra un modello di vitivinicoltura di territorio e un modello industriale, che si è nel tempo consumata la frammentazione del comparto e la progressiva fuoriuscita dei Vignaioli dagli organi prima e dalla compagine societaria poi del Consorzio di tutela Vini del Trentino. 

Come ha scritto il Prof. Andreaus in un’editoriale di qualche mese fa su questo giornale, con riferimento al settore enologico ho anch’io l’impressione che il Trentino sia ancora “legato all’ormai superato concetto della quantità, a scapito della qualità. Un concetto che declinato nel nostro territorio non può prescindere dalla valorizzazione dei prodotti del territorio, dalla sostenibilità e in definitiva dal maggiore valore aggiunto generato.” Il vigneto trentino rappresenta circa l’1,8% della superficie vitata nazionale. A fronte di questo dato strutturale, che avrebbe a nostro modo di vedere dovuto suggerire una strategia di sistema volta alla valorizzazione in senso qualitativo del prodotto, si è imboccata una strada orientata alla concorrenza di prezzo. Lo dimostrano i dati del XIV Rapporto ISMEA, secondo i quali il Vigneto altoatesino, solo per fare un confronto, produce il 60% del valore in più rispetto a quello trentino nonostante una resa media ad ettaro notevolmente inferiore.  

In Trentino coesistono di fatto due modelli vitivinicoli, uno orientato ad una produzione di tipo industriale e l’altro, residuale ma solo nei numeri, più di territorio. Questo secondo modello è sottorappresentato all’interno del Consorzio di Tutela, basandosi la governance dello stesso su quote assegnate in base alla produzione. Per anni i Vignaioli hanno chiesto in seno al Consorzio un’inversione di tendenza orientata alla qualità – che non è monopolio dei Vignaioli – e alla valorizzazione territoriale, certi che solo questo possa essere il futuro di un territorio piccolo e di montagna. Abbiamo lasciato il Consorzio a fronte di scelte – anche molto recenti – che hanno nuovamente orientato il Trentino del vino verso un modello non coerente con la sua identità alpina; scelte a nostro parere dannose per le piccole-medie aziende e per la reputazione del marchio Trentino. Basti in tal senso ricordare l’adesione alla DOC interregionale del Pinot Grigio delle Venezie, il contestuale e paradossale aumento delle rese della DOC Trentino Pinot Grigio, l’ammissione del Ditianon nel protocollo di difesa integrata della vite.  

Non è questo il Trentino che i Vignaioli vogliono e per questo abbiamo provato a tracciare alcune linee programmatiche in un breve Manifesto, che vuole essere anche uno stimolo al confronto pubblico. Quattro le parole d’ordine: artigianalità, qualità, territorialità e sostenibilità. A seguire una serie di impegni operativi, dalla riduzione delle rese a uno sforzo continuo per la transizione al biologico. 

Tutto ciò premesso non possono quindi che farci grande piacere le dichiarazioni rilasciate nell’ambito dell’80˄ Mostra vini del Trentino, tramite comunicato stampa, dai vertici del Consorzio di tutela e di Assoenologi, in linea con quanto i Vignaioli sostengono da anni e volte ad indicare il bisogno di “distinguere le produzioni che rispondono a logiche di volume da quelle che si ispirano alla valorizzazione dell’identità territoriale”. Siamo certi che sulla base di questi presupposti si possa cominciare a ricostruire una strategia per il vino trentino. 

È però ora di far seguire alle parole i fatti. Non abbiamo la ricetta perfetta, ma crediamo sia necessario partire da due questioni. La prima è quella di costruire spazi comuni, paritetici ed interprofessionali, in cui tutte le categorie produttive si possano sentire legittimate, valorizzate e rappresentate. Un metodo di lavoro più collegiale non può che fare bene alla vitivinicoltura trentina e alla reputazione del nostro marchio territoriale. In seconda istanza la revisione dei disciplinari di DOC e IGT, per orientare le produzioni verso una maggior qualità; su questo terreno, ne siamo certi, si possono costruire nuove alleanze. 

Non sarà un passaggio né facile né veloce, ne siamo consci, ma solo attraverso il riposizionamento del nostro sistema in senso qualitativo sarà possibile avviare un nuovo percorso di sviluppo più attento alle specificità della montagna, alla sostenibilità delle produzioni e alla riconoscibilità del nostro territorio. I Vignaioli sono pronti a fare la loro parte.

Lorenzo Cesconi – Presidente del Consorzio Vignaioli del Trentino